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Che cos'è l'ansia


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Che cos'è l'ansia


Che cos'è l'ansia

 

L’ansia, come tutte le reazioni emotive che fanno parte del nostro bagaglio genetico, ha una funzione adattiva. E’ un meccanismo utile per la sopravvivenza e l’adattamento all’ambiente che permette di riconoscere segnali minacciosi e pericoli, mobilitando le risorse appropriate per fronteggiare la situazione critica:

  • situazioni di pericolo fisico (rischio di morte o di danni al proprio corpo);

  • situazioni di pericolo affettivo e sociale (rischio di perdere la protezione e l’affetto della figura di accudimento, rischio di essere isolati dal gruppo, rischio di essere abbandonati dal partner, di essere derisi, ecc.).

L’ansia diventa disadattiva quando è incongrua o esagerata rispetto alla situazione ed interferisce in modo significativo con la vita di una persona, con le sue scelte, con i suoi comportamenti quotidiani.

Il soggetto ansioso tende a distorcere in modo sistematico le informazioni provenienti dall’ambiente, utilizzando delle modalità di elaborazione caratterizzate da bias cognitivi (errori di ragionamento), come la catastrofizzazione, l’astrazione selettiva, il pensiero dicotomico, l’ipergeneralizzazione.

Uno degli obiettivi principali nel trattamento dei disturbi d’ansia diviene allora l’individuazione e la ristrutturazione dei convincimenti disfunzionali del paziente e degli schemi cognitivi sottostanti, che affondano le loro radici nell’esperienza passata del soggetto e vengono riadattati in base alle nuove esperienze significative.

Non sorprende quindi che i farmaci ansiolitici, come le benzodiazepine, non siano risultati il trattamento ideale, perché sebbene riducano sia l’ansia di stato sia l’ansia anticipatoria, sono poco efficaci nel ridurre le paure di fondo specifiche di ciascun disturbo.

Il trattamento deve porsi l’obiettivo di rendere la maggior parte delle minacce comprensibili e gestibili agli occhi del soggetto, attraverso la combinazione di varie tecniche come la ristrutturazione cognitiva, il controllo dell’iperventilazione, il rilassamento e l’esposizione graduale alla situazione ansiogena.

In linea generale, un trattamento cognitivo comportamentale dei disturbi d’ansia prevede:

  • Diagnosi, individuazione degli obiettivi e del piano di intervento, che vengono esplicitati e condivisi con il paziente

  • Spiegazione e condivisione del modello teorico che sottende il disturbo Apprendimento di tecniche di rilassamento e di controllo dell’iperventilazione

  • Individuazione dei propri pensieri automatici e convincimenti relativamente alle reazioni di ansia, attraverso metodiche di auto-osservazione

  • Rottura del "circolo vizioso" dell’evitamento o dell’ansia cronica, attraverso tecniche di riduzione dell’attivazione emotiva che consentano alla persona di affrontare le situazioni temute (esposizione graduata)

  • Ristrutturazione cognitiva dei pensieri automatici e degli assunti centrali, attraverso il dialogo socratico e la confutazione dei pensieri disfunzionali (es. "quali prove esistono della verità di tale pensiero?; "quali sembrano le cose peggiori che potrebbero effettivamente capitarmi se si verificasse quello che temo?"; "qual è un altro modo di considerare ciò?"), attraverso la rivisitazione e rielaborazione di aspetti significativi del proprio passato, attraverso la costruzione di esperienze attuali alternative.

  • Consolidamento dei risultati e follow-up. 

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Uno strumento per la gestione dell'ansia: il biofeedback


Uno strumento per la gestione dell'ansia: il biofeedback


Uno strumento per la gestione dell'ansia:

il biofeedback

Il biofeedback è uno strumento elettronico computerizzato che rileva, registra e dà un feedback visivo ed uditivo dell’attività muscolare (EMG), della temperatura periferica (THE), della frequenza cardiaca (H.R.), dell’attività ghiandolare sudoripare (GRS) e del controllo dell’attività elettroencefalografica (EEG).

L’apparecchiatura di Biofeedback è utilizzata in ambito clinico per la gestione dei disturbi d’ansia, psicosomatici e stress-correlati; fornisce al paziente informazioni su particolari reazioni fisiologiche del suo organismo, in modo che possa prenderne consapevolezza per re-agire e modificarle. Utilizzando un’interfaccia elettronica digitale collegata a un computer, sul video compare un grafico che esprime in tempo reale l’attività biologica rilevata, allo scopo di addestrarlo a controllare tali eventi, altrimenti involontari o non percepibili, mediante il controllo dei segnali che gli vengono presentati.

Questa metodica è relativamente recente in Italia, in pochi anni il concetto di biofeedback ha attirato su di se un grande interesse, sia in lavori sperimentali che in aspettative terapeutiche, dato che si tratta di una metodica non invasiva, non farmacologica e priva di effetti collaterali.
Oggi viene utilizzata in molti ospedali anche nella cura della cefalea tensiva e di altre patologie legate soprattutto a disturbi psicosomatici.

Il suo impiego in ambito clinico clinica è spesso associato all’utilizzo di tecniche cognitivo- comportamentali , allo scopo di aumentare la consapevolezza delle reazioni del corpo alle situazioni stressanti e delle conseguenti risposte emozionali, aumentare il senso di autoefficacia nella gestione delle proprie emozioni, acquisire una reale capacità di rilassamento e facilitare il controllo volontario di determinate funzioni fisiologiche.

Il risultato finale è una maggior consapevolezza del rapporto pensieri-emozioni-risposte biologiche che facilita lo sviluppo di nuove abitudini regolative.

Pur non essendo controllabili direttamente, le funzioni rilevate sono influenzate da azioni o comportamenti di cui la persona è consapevole e direttamente responsabile. Confrontandosi con lo strumento elettronico e prendendo coscienza delle proprie reazioni, il paziente partecipa attivamente al processo terapeutico, imparando a utilizzare le proprie capacità mentali per equilibrare lo stato psicofisico. 

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Disturbo di panico e agorafobia


Disturbo di panico e agorafobia


Disturbo di panico e agorafobia

 

Nel Disturbo di Panico l’ansia si manifesta con intensi episodi distinti chiamati “attacchi di panico” accompagnati a pensieri catastrofici relativi alla salute oppure alla perdita di controllo. Un attacco di panico è un periodo preciso di paura o disagio intensi in assenza di vero pericolo accompagnati da almeno 4 dei seguenti sintomi somatici o cognitivi:

  • tachicardia
  • sudorazioni
  • tremori fini o a grandi scosse
  • sensazioni di dispnea o di soffocamento
  • sensazione di asfissia, dolore o fastidio al petto
  • nausea o disturbi addominali
  • vertigini o sensazione di testa leggera
  • senso di irrealtà o di stranezza del proprio corpo
  • paura di perdere il controllo o di ‘‘impazzire’’
  • paura di morire
  • parestesie e brividi o vampate di calore (mani sudate)
  • bocca o gola secca
  • sensazione di spilli o di formicolio alle mani, ai piedi e al viso

 

L’attacco ha un inizio improvviso, raggiunge rapidamente l’apice (di solito in 10 minuti o meno), ed è spesso accompagnato da un senso di pericolo o di catastrofe imminente e da urgenza di allontanarsi.

Per poter parlare di Disturbo di panico non è sufficiente la presenza di attacchi di panico, ma è necessario che si associ un cambiamento dello stile di vita caratterizzato da evitamento, ovvero la tendenza ad evitare azioni, situazioni o circostanze in seguito alle quali il soggetto teme di poter aver un ulteriore attacco di panico (ansia anticipatoria).

Posta la diagnosi di Disturbo di Panico, viene poi specificata la presenza o assenza di Agorafobia, definita come “ansia relativa all’essere in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile o imbarazzante allontanarsi, o nei quali può risultare difficile ottenere aiuto nel caso di un attacco di panico inatteso o situazionale.”

Evitamenti tipici:

  • viaggi, allontanamenti da casa o dalla città
  • rimanere da soli
  • essere lontani da ospedali o da medici
  • andare a divertirsi con gli amici
  • autostrade, gallerie, mezzi pubblici, traffico, aereo
  • folla, supermercati, piazze e strade, ristorante, teatro, cinema...

Ciò che accomuna tutte queste situazioni è la sensazione di non avere vie di fuga nel caso in cui ci si sentisse male. L’idea di non avere vie di fuga non è necessariamente legata ad una situazione fisica, ma può essere simbolica o relazionale. Es. “Se esco con gli amici non posso andare via, altrimenti cosa penserebbero di me?” L’evitamento viene percepito dal soggetto come una ovvia conseguenza del problema: “Siccome ho gli attacchi di panico non posso...”

Anche se questa soluzione viene considerata indesiderata, allo stesso tempo viene percepita come necessaria, l’unica possibile per non stare in ansia.

In realtà l’evitamento non è una conseguenza del problema, ma una delle sue cause.

Trattamento

Sulla base di queste premesse lo scopo di un intervento efficace, contrariamente a quanto si crede, non è quello di eliminare l’ansia, ma di raggiungere una progressiva familiarità con l’esperienza dell’ansia, con i pensieri e le sensazioni, in modo da capire che l’ansia non è quell’esperienza catastrofica che si è sempre pensato che fosse, ma un insieme di sensazioni fisiche accompagnate da pensieri catastrofici.

L’effetto paradossale di questo lavoro è la riduzione dell’ansia.

Abbiamo quindi rovesciato la prospettiva: le scelte, le azioni, non sono semplici conseguenze di eventi, ma, al contrario, sono proprio quelle scelte e quelle azioni a produrre delle conseguenze e un effetto sulla propria vita.

In sintesi, un trattamento efficace dovrà comprendere:

  • il controllo degli attacchi di panico (attraverso il controllo del respiro e della tensione muscolare)
  • la scomparsa degli evitamenti (attraverso l’esposizione)
  • a ristrutturazione delle credenze erronee che aumentano l’ansia la riduzione della vulnerabilità
  • l’apprendimento a generare le sensazioni fisiche che accompagnano il panico, in modo da capirne meglio l’origine e quindi averne meno paura 
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Disturbo d'ansia generalizzato


Disturbo d'ansia generalizzato


Disturbo d'ansia generalizzato

 

 

Il Disturbo d’Ansia Generalizzato (DAG) è caratterizzato dalla persistenza di preoccupazioni ingiustificate o eccessive. La preoccupazione è sproporzionata rispetto all’evento temuto, pervasiva e difficilmente controllabile dal soggetto. Chi soffre di questo disturbo trascorre molto tempo dominato dall’ansia o a cercare rassicurazioni. Per tale motivo si instaura velocemente un comportamento di evitamento, cioè la tendenza a rinunciare a compiere azioni o fare cose che il soggetto riconosce come possibile fonte di preoccupazioni.

Il contenuto di queste preoccupazioni può essere infinito, estendendosi a diverse aree tematiche quali la salute, il lavoro, le relazioni sociali, la propria famiglia, i soldi.

I soggetti con questo disturbo si descrivono spesso come persone sensibili o nervose per natura.

Il DAG ha un decorso cronico e i pazienti riferiscono che la durata della malattia abbraccia la maggior parte della loro vita. Gli studi sulla presentazione clinica del disturbo suggeriscono un esordio graduale tra la fine della seconda decade e la fine della terza decade di vita, indicando che questo disturbo è più frequente nell’età adulta rispetto all’adolescenza.

I sintomi d’ansia comprendono, in genere, tensione motoria (irrequietezza, tremori, tensione muscolare, nausea, minzione frequente), e uno stato di attivazione eccessivo (irrequietezza o “nervi tesi”, irritabilità o difficoltà di concentrazione). L’ansia per le preoccupazioni costanti possono, con il tempo, contribuire a uno stato di eccessiva stanchezza, cefalea, disturbi epigastrici e insonnia.

 

Trattamento

L’obiettivo del trattamento del Disturbo d’ansia generalizzato è la riduzione della compromissione che deriva sia dai sistemi cognitivi sia da quelli somatici dell’ansia: la preoccupazione o attesa ansiosa che la accompagnano, rappresentati dalla tensione e dall’eccessivo stato di attivazione.

La letteratura scientifica conferma che le benzodiazepine sono efficaci nel trattamento a breve termine dell’ansia generalizzata. Tuttavia, l’alto rischio di dipendenza e il frequente ritorno dei sintomi dopo l’interruzione del trattamento precludono l’utilità di questi farmaci in un disturbo cronico.

La terapia cognitivo comportamentale è risultata efficace a breve termine quanto la farmacoterapia ma, al contrario di quest’ultima, non causa effetti collaterali né sintomi di astinenza, aumentando le capacità di adattamento dei pazienti e il loro senso di controllo e padronanza. Queste stesse strategie hanno dimostrato, in altri disturbi d’ansia, la capacità di favorire cambiamenti a lungo termine di quelli che vengono considerati gli indicatori della vulnerabilità alla nevrosi (Hunt e Andrews, 1998).

Gli obiettivi di trattamento devono prevedere:

  • L’insegnamento delle “abilità di fronteggiamento” (coping), che includono l’abilità di gestire la propria ansia, l’assumersi la responsabilità del cambiamento e il controllo sui propri pensieri, sentimenti e comportamenti
  • La ristrutturazione cognitiva dei pensieri disfunzionali, allo scopo di riportare il processo che genera la preoccupazione sotto il controllo del paziente
  • L’apprendimento di tecniche di rilassamento e di respirazione lenta, come utile integrazione al trattamento, soprattutto nei casi in cui il soggetto è afflitto da livelli di tensione muscolare cronici ed elevati.
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Disturbo ossessivo - compulsivo


Disturbo ossessivo - compulsivo


Disturbo ossessivo - compulsivo

 

Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo d’ansia caratterizzato da pensieri persistenti, intrusivi e non desiderati che la persona non riesce a controllare e che possono portare all’attuazione di comportamenti (rituali) allo scopo di ridurre il malessere e l’ansia o prevenire il verificarsi di eventi temuti.

Le ossessioni vengono definite come idee, pensieri, immagini e impulsi che entrano ripetutamente nella mente del soggetto e riconosciute dallo stesso come intrusive e senza senso.

I pensieri riguardano spesso timori di contaminazione, dubbi ripetitivi (per es. chiedersi se si è compiuta un’azione), impulsi aggressivi (per es. aggredire o uccidere qualcuno, essere veicolo di contagio, gridare oscenità in luoghi pubblici), la necessità di disporre gli oggetti con un certo ordine e/o simmetria, fantasie sessuali (per es. ricorrenti immagini pornografiche), ossessioni varie, come la paura di dire cose sbagliate, il dubbio che alcuni oggetti siano perfettamente sovrapponibili e così via. La quantità dei contenuti delle ossessioni è pressoché infinita. Dal punto di vista del trattamento psicologico non è però rilevante il contenuto di tali ossessioni.

Le compulsioni sono comportamenti ripetitivi e stereotipati, messi in atto come risposta alle ossessioni al fine di evitare il verificarsi di un evento improbabile o di prevenirne il disagio. Il comportamento compulsivo è stato generalmente classificato come rituali di lavaggio, di controllo, di ripetizione e di ordine, con una sintomatologia simile negli adulti e nei bambini.

Se il disturbo ossessivo-compulsivo non viene curato si possono delineare quattro tipi di decorso:

Decorso episodico: i sintomi sono presenti solo in alcuni periodi della vita di una persona, con nessun sintomo o sintomi minimi tra vari episodi acuti della durata di mesi o anni (tra i singoli episodi il tipo di ossessione spesso cambia). Ci può essere anche un solo episodio in tutta una vita.

Decorso cronico fluttuante: i sintomi sono molto incostanti nel tempo, con miglioramenti e peggioramenti, ma non scompaiono mai del tutto. I frequenti alti e bassi sono in genere legati al livello di stress generale.

Decorso cronico stabile: i sintomi si manifestano gradualmente ma, poi, rimangono stabili nel tempo.

Decorso cronico ingravescente: è il più grave, e purtroppo il più comune. Generalmente i sintomi iniziano in modo graduale; ci sono periodi di peggioramento e periodi di stabilità, seguiti, poi, da nuovi peggioramenti.

Trattamento

L’obiettivo principale del trattamento è di permettere alla persona di raggiungere un controllo su parte del disturbo, anziché lasciare che sia il disturbo ossessivo a controllare l’individuo.

Il primo passo importante è istruire il paziente sul DOC, sui numerosi fattori causali e di mantenimento, e sul suo ruolo attivo nel trattamento.

La tecnica elettiva utilizzata è l’esposizione con prevenzione della risposta, che consiste in ripetute esposizioni graduali e guidate alle situazioni che producono malessere senza la messa in atto dei rituali compulsivi. Molte persone affette da DOC credono che l’ansia sia destinata a crescere e diventare insopportabile se non si compiono i rituali. Invece il paziente impara, attraverso l’esperienza, che il disagio raggiunge un picco e poi cala gradualmente e a ogni esposizione successiva il malessere è di intensità e durata minore. 

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Disturbo post traumatico da stress


Disturbo post traumatico da stress


Disturbo post traumatico da stress

 

I sintomi tipici del Disturbo post traumatico da stress (DPTS) si verificano in seguito all’esposizione ad un evento traumatico estremo che implica l'esperienza personale diretta di un evento che causa o può comportare morte o lesioni gravi, o altre minacce all'integrità fisica; o la presenza ad un evento che comporta morte, lesioni o altre minacce all'integrità fisica di un'altra persona. L'evento deve avere creato una paura intensa, orrore e un senso di impotenza o, nei bambini, un comportamento disorganizzato o agitazione.

Gli eventi traumatici vissuti direttamente includono (ma non sono limitati a questi):

  • combattimenti militari
  • aggressione personale violenta (violenza sessuale, attacco fisico, scippo, rapina)
  • rapimento, essere presi in ostaggio
  • attacco terroristico, tortura, incarcerazione come prigioniero di guerra o in un campo di concentramento
  • disastri naturali o provocati
  • gravi incidenti automobilistici
  • ricevere una diagnosi di malattie minacciose per la vita

Si ha quindi una risposta estrema ad un fattore fortemente stressogeno, in cui i ricordi spiacevoli e intrusivi dell’evento dominano il quadro clinico, causando un aumento notevole del livello di ansia, l'evitamento degli stimoli associati al trauma (luoghi, attività, persone, pensieri, sentimenti, conversazioni) e un indebolimento della reattività emozionale. L'abbassamento della reattività generale si manifesta nel diminuito interesse per gli altri, in un senso di distacco e di estraneità, e nell'incapacità di provare emozioni positive.

Questi ricordi possono comprendere non sono gli elementi traumatici dell’evento, ma anche una serie di stimoli come suoni, odori o stati interni presenti al momento del trauma.

disturbi del sonno sembrano essere quasi universali nei giorni immediatamente successivi al trauma e spesso si evolvono in problemi cronici con un’abituale scarsa qualità del sonno. Anche la rabbia e l’irritabilità sono comuni, questi sintomi possono avere effetti distruttivi sulla rete di sostegno tanto che il sopravvissuto può finire per allontanare proprio quelle persone che si sforzano di aiutarlo (familiari, amici, operatori).

Nei soggetti con PTSD la concentrazione può risultare disturbata, spesso a causa dei frequenti pensieri intrusivi. Vi è inoltre una tendenza all’ ipervigilanza, per essere sempre attenti ai segnali di potenziale pericolo.

L’approccio cognitivo-comportamentale al DPTS e ai disturbi correlati comprende una combinazione di più componenti:

  • Informazioni sulla natura del disturbo
  • Tecniche di gestione dell’ansia
  • Esposizione ai ricordi traumatici (in vivo o immaginativa)
  • Ristrutturazione cognitiva
  • Prevenzione delle ricadute

L’esposizione è un trattamento molto efficace per molti disturbi d’ansia dove l’evitamento (cognitivo e comportamentale) rappresenta un fattore chiave di mantenimento (Marks, 1997). L’esposizione deve essere graduale, prolungata, ripetuta e funzionale. Nel DPTS non è certo auspicale né spesso possibile fare sperimentare di nuovo l’evento traumatico. Le esposizioni in vivo si realizzano definendo con il paziente situazioni e attività temute che possono suscitare il controllo dell’evento, predisponendo un ordine di intensità e portandolo ad affrontarle una dopo l’altra. 

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Fobia sociale


Fobia sociale


Fobia sociale

 

La fobia sociale è una paura eccessiva, angosciante e spesso invalidante nei confronti di situazioni sociali dove è prevista un’ interazione o in cui si deve fornire una prestazione. Alla base c’è la paura di essere valutati in modo negativo, di fare o dire qualcosa di imbarazzante e di essere visti in preda all’ansia.

L’esposizione alle situazioni temute induce generalmente un’immediata risposta ansiosa, a cui si possono aggiungere l’arrossire, il tremore, la nausea e il bisogno impellente di andare in bagno. Questi sintomi vengono considerati particolarmente imbarazzanti.

Chi soffre del disturbo esagera sia la probabilità sia la gravità delle possibili conseguenze di un eventuale giudizio negativo. Per molti pazienti la fobia sociale è una condizione cronica e invalidante, con pesanti ricadute in termini di sofferenza dovuta alla mancata realizzazione lavorativa, sociale e personale.

La fobia sociale inizia generalmente durante l’adolescenza e tende ad avere un decorso cronico, senza guarigioni spontanee. Si è visto in più ricerche che molte persone soffrono per anni di fobia sociale prima di rivolgersi ad uno specialista (Andrews, 2003 ).

Trattamento

Il trattamento della fobia sociale prevede:

  • educazione sull’ansia e sulla fobia sociale
  • apprendimento di strategie di controllo dell’ansia (controllo del respiro, rilassamento)
  • correzione dei modi disfunzionali di pensare (promuovendo l’aumento del senso di autocontrollo e di autonomia del paziente)
  • aumento delle interazioni sociali (con conseguente accrescimento della fiducia in se stessi e decremento dell’ansia) 
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Fobie specifiche


Fobie specifiche


Paure e fobie

Le fobie:

Le fobie sono disturbi d'ansia, caratterizzati da reazioni estreme ed immotivate di paura di fronte a particolari stimoli, che tuttavia rappresentano una minaccia limitata, se non addirittura inesistente, per chi le prova.

Le fobie:

  • sono sproporzionate rispetto alla realtà della situazione
  • portano all’evitamento della situazione temuta
  • il soggetto è consapevole dell’irrazionalità della sua paura ma non riesce a controllarla non vengono intaccate da spiegazioni razionali e ragionamenti
  • permangono per un periodo prolungato di tempo senza risolversi o attenuarsi

Le fobie più comuni sono:

  • la paura del buio
  • la paura dell’altezza
  • la paura degli animali
  • la paura di sangue, ferite, aghi
  • la paura dell’acqua
  • la paura degli spazi chiusi o dell’essere intrappolati
  • paura di guidare, attraversare ponti o gallerie, usare l'ascensore, ecc.

Generalmente l’influenza della fobia per la vita del paziente dipende dal grado in cui può evitare la situazione fobica.

 

Trattamento

Il trattamento di una fobia specifica prevede due fasi. La prima fase prevede l’insegnamento di strategie di gestione dell’ansia, di controllo dell’iperventilazione, di educazione sulla natura dell’ansia e la conseguente ristrutturazione dei pensieri disfunzionali.

Una volta insegnate le abilità per fronteggiare la situazione ansiogena, si aiuta il paziente a costruire una gerarchia graduale (dalla situazione meno temuta alla più temuta) per iniziare l’esposizione agli stimoli fin’ora evitati. 

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Stress


Stress


Stress

 

Lo stress è una risposta psicofisica ad una quantità di compiti cognitivi, emotivi, sociali percepita dalla persona come eccessivi. In tale situazione l'organismo mette in atto una serie di meccanismi adattativi, che vanno sotto il nome di Sindrome Generale di Adattamento, che si caratterizza per:

1. Reazione di Allarme: il soggetto si rende consapevole del sovraccarico di impegno richiesto e mette in moto le risorse per farvi fronte

2. Fase di resistenza: il soggetto cerca di mantenere l’impegno ottimale e di adattarsi alla nuova situazione

3. Fase di esaurimento: avviene un crollo delle difese e la comparsa di sintomi fisici, fisiologici, comportamentali, cognitivi ed emotivi

Sintomi fisici

  • Mal di testa
  • Mal di schiena
  • Problemi digestivi
  • Collo e spalle tese
  • Dolore allo stomaco
  • Problemi cardiaci (accelerazione del ritmo cardiaco e/o ipertensione) Sudorazione delle mani
  • Agitazione e irrequietezza
  • Disturbi de sonno
  • Stanchezza
  • Capogiri
  • Perdita di appetito
  • Problemi sessuali (disturbi erettili, perdita del desiderio)
  • Suoni (tintinni, fischi) nelle orecchie
  • Alterazione del ciclo mestruale

Sintomi comportamentali

  • Digrignare i denti
  • Attitudine alla prepotenza
  • Aumento dell'uso di alcolici
  • Mangiare compulsivamente
  • Criticare gli altri
  • Impossibilita' di portare le cose a termine

Sintomi emozionali

  • Irritabilità
  • Pianto
  • Enorme senso di pressione
  • Nervosismo, ansia
  • Rabbia
  • Solitudine
  • Tensione; sentire di essere sul punto di esplodere Infelicità senza un motivo valido
  • Sentirsi impotenti a cambiare le cose
  • Essere facilmente agitati o sconvolti

Sintomi cognitivi

  • Difficoltà di concentrazione e nel prendere decisioni
  • Dimenticare le cose
  • Pensare di scappare via
  • Mancanza di creatività
  • Preoccuparsi costantemente
  • Perdita del senso dell'umorismo

Gli stimoli in grado di causare stress sono innumerevoli, sia positivi che negativi, e le alterazioni fisiche conseguenti interessano quasi ogni organo del sistema corporeo: il cervello, che percepisce una situazione insolita o pericolosa e si prepara a rispondere; il sistema endocrino, che reagisce aumentando la secrezione nel sangue di adrenalina e cortisolo (non a caso definiti ormoni dello stress). La funzione di queste sostanze è stimolare il cuore, il fegato, il cervello e il sistema immunitario per preparare il corpo a fronteggiare una sfida, a neutralizzarla o ad adattarsi a una nuova situazione.

Un training per la gestione e riduzione dello stress si propone di:

  • Sviluppare nel soggetto maggiori capacità di autoregolazione delle componenti cognitive (ristrutturazione cognitiva ) e di attivazione fisiologica (attraverso l’utilizzo di tecniche di rilassamento e del biofeedback)
  • Modificare le credenze disfunzionali che possono portare a reagire agli eventi della vita in modo disadattivo
  • Modificare il comportamento attraverso l’analisi delle sue conseguenze e l’apprendimento di modalità comportamentali più efficaci e funzionali 

Insonnia


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