Che cos'è il trauma

Quando un evento negativo può diventare un trauma?

 

Molte persone nel corso della loro vita si sono trovate ad affrontare eventi altamente stressanti che possono rappresentare veri e propri traumi. Il confronto con tali esperienze traumatiche può lasciare ferite che si rimarginano senza la richiesta di aiuto esterno oppure possono comportare un disagio clinicamente significativo che può cronicizzarsi, compromettendo la normale funzionalità di un individuo.

Alcune ricerche hanno ipotizzato che l’evento traumatico determini un blocco del sistema innato di elaborazione dell’informazione che in condizioni ottimali consente di elaborare gli eventi disturbanti in modo da poter mantenere uno stato di salute mentale attraverso una risoluzione adattiva dell’esperienza. Questo significa che quando viviamo un’esperienza negativa apprendiamo solo ciò che ci è utile per potercene servire in futuro e immagazziniamo il ricordo con un’emotività adeguata e non più disturbante. Quando viviamo un trauma avviene, invece, uno squilibrio nel nostro sistema nervoso e il sistema innato di elaborazione dell’informazione si inceppa. L’evento traumatico rimane fissato nel suo stato disturbante, nel nostro sistema nervoso, unitamente alle emozioni, alle immagini, ai suoni e alle sensazioni fisiche che hanno accompagnato l’esperienza determinando incubi, flash back, pensieri intrusivi ed altri sintomi tipici di un disturbo d’ansia (Beccari A., 2008).

Nonostante la capacità umana di sopravvivere e di adattarsi, le esperienze traumatiche possono, quindi, alterare l’equilibrio psicologico, biologico e sociale delle persone al punto che il ricordo di un evento traumatico finisce per inquinare tutte le altre esperienze, deteriorando la capacità di apprezzare il presente.

Lo scopo della terapia dei pazienti traumatizzati è di aiutarli a passare da una situazione in cui sono ossessionati dal passato e in cui interpretano gli stimoli intorno a loro come un ritorno del trauma, a una situazione in cui si sentono perfettamente attivi e capaci di far fronte alle contingenze del presente (Mastronardi C, 2007).

 

Quali sono le reazioni che possono comparire in seguito all’evento traumatizzante?

  • Pensieri intrusivi - Arrivano involontariamente  pensieri, ricordi e immagini di quello che è successo. Compaiono soprattutto  in momenti di rilassamento (per es. prima di dormire) e si accompagnano ad  un senso di disagio.
  • Associazione con altri stimoli - È comune che alcuni stimoli  ambientali, persone o situazioni richiamino l’evento in modo involontario.  Questo è dovuto al fatto che l’evento viene associato ad altri fattori che  provocano un certo malessere o ansia. Ovviamente lo stimolo da solo, se  non venisse associato all’evento traumatico, non genererebbe alcun  disagio.
  • Disperazione - È difficile accettare i fatti  attuali e non si riesce a pensare al futuro in modo adeguato.
  • Colpa e mancanza di controllo- C’è una tendenza a colpevolizzarsi per  non avere fatto a sufficienza. È comune dirsi: “Se avessi fatto, o non  avessi fatto, qualcosa di diverso, tutto questo non sarebbe accaduto”. La  persona, inoltre, può percepire un senso di impotenza e mancanza di  controllo personale sulla propria vita.
  • Vulnerabilità - Paura del futuro oppure  impazienza e irritazione con gli altri, sopratutto con i familiari.  Indifferenza verso cose che prima dell’incidente erano molto importanti  per la persona. Questo a volte crea incomprensione con gli altri da cui  scaturiscono ulteriori difficoltà .
  • Problemi di sonno - In genere il sonno è leggero,  ci si sveglia spesso, si hanno degli incubi o sogni ricorrenti  dell’evento.
  • Difficoltà di concentrazione - Poca concentrazione in  attività quotidiane quali la lettura, la visione di un film, le  normali attività lavorative, le interazioni sociali, ecc.
  • Reazioni fisiche - Problemi di stomaco, senso di  nausea, stanchezza.
  • Il significato della vita - Le persone pensano  ripetutamente a quello che è successo per cercare di capire l’evento. In  alcuni casi i pensieri sulla causa dell’evento e sulla vicinanza della  morte e la vita sono molto comuni. Il senso della propria  invulnerabilità scompare. Tutto è incerto, soprattutto se e quando  può succedere nuovamente.
  • Dissociazione della coscienza- Appare spesso  (ma non sempre) nell’esperienza clinica come conseguenza di traumi  psicologici ed esistono numerosi dati di ricerche controllate a sostegno  di questa esperienza clinica. La dissociazione è il risultato di un  deficit nella normale integrazione dell'esperienza  in strutture mentali coerenti e coese. Quindi significa che la persona  traumatizzata fa fatica a mettere insieme fatti, ricordi e narrazione  dell’evento. (Fonte: http://www.emdritalia.it)

 

Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM IV-TR), all'interno del Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD), fornisce una definizione piuttosto limitata e restrittiva del concetto di trauma, identificando come traumatici eventi che la maggior parte delle persone vivrebbe come tali (esperienza personale diretta di un evento che causa o può comportare morte o lesioni gravi a sé o ad altre persone significative, o altre minacce all'integrità fisica). Ma l’esperienza clinica ha mostrato che esistono delle persone che presentano chiaramente sintomatologie post-traumatiche pur non essendo stati esposti ad eventi oggettivamente estremi.

Oggi la letteratura propone, infatti, un quadro più articolato e complesso, condividendo l’idea chel’insorgenza e la cronicizzazione del disturbo siano causate dall’interazione reciproca delle caratteristiche dell’evento traumatico (durata dell’esposizione e gravità), di alcuni aspetti dell’individuo (struttura della personalità, storia personale, condizioni di salute, stile cognitivo) e di fattori ambientali (quantità e qualità di supporti sociali, possibilità di un immediato trattamento dei sintomi più acuti) (Foy, 1992).

Ciò che rende traumatico un evento non è, quindi, la gravità “oggettiva” della situazione vissuta, ma l’“interpretazione traumatizzante” della stessa e i conseguenti vissuti emotivi che ne derivano, che mettono a repentaglio il senso di sicurezza psicologica dell’individuo.
 

I meccanismi del trauma


La letteratura scientifica ha dispiegato numerose risorse per comprendere i meccanismi in grado di spiegare l’evoluzione del trauma e il suo mantenimento.

L’approccio cognitivo-comportamentale riconosce due meccanismi di apprendimento in grado di spiegare questo processo: mentre il condizionamento classico spiega la sensibilizzazione ai contesti simili a quelli dell’evento traumatico, il condizionamento operante subentra quando comincia l’evitamento di situazioni connesse al trauma. Poiché l’evitamento (che funge da rinforzo negativo) è in grado di ridurre l’ansia e il disagio che alcune situazioni scatenano nell’individuo, tenderà a riproporsi come strategia comportamentale innescando un circolo vizioso.

Evitare le situazioni temute, infatti, benché allevi momentaneamente il disagio, costituisce un ostacolo al processo di guarigione che per compiersi, necessita dell’esposizione agli stimoli condizionati (indispensabile per estinguere le risposte emotive condizionate, ovvero il nucleo patologico) (Mowrer O.H., 1960).

 

Come si può aiutare una persona a superare il trauma?

Il Disturbo Post Traumatico da Stress, per le gravi conseguenze che comporta nell’equilibrio psicologico e sociale dell’individuo, necessita un trattamento complesso e articolato che deve tener conto dell’alto rischio di suicidio che interessa questi pazienti.

L’esito dei pensieri disfunzionali, che insorgono in seguito all’evento traumatico, può portare all’insorgenza di sensi di colpa, depressione, disadattamento e sfiducia nei confronti di sé.

Gli obiettivi della psicoterapia dovrebbero pertanto essere graduali e altamente personalizzati nel trattamento dei vari pazienti. Le linee guida proposte da Meichenbaum (1994) sottolineano l’importanza di lavorare in terapia sui seguenti punti:


1) Aiutare il paziente a ri-raccontare la propria storia, rivivendo e ricordando il trauma nel “qui e ora”, modificando il modo in cui viene narrato, al fine di arrivare all’integrazione e ad un senso di controllo del vissuto. Va fornita anche la possibilità di trovare un significato agli eventi vissuti. Il fatto di rendere il paziente capace di rivivere le memorie traumatiche, ma con un grado di controllo volontario relativamente alto, offre una sensazione di dominio sui ricordi intrusivi, e la capacità di tollerare il disagio.

2) Riesporre il paziente agli stimoli/segnali traumatici, ma in modo strutturato e con sostegno psicologico (per esempio usando l’EMDR o l’esposizione graduale diretta o in immaginazione).

3) Trattare le credenze, le idee e le opinioni “distrutte” dal paziente, con le conseguenti difficoltà intra ed interpersonali (sensi di colpa, autocritica, rabbia e paura, dolore e tristezza, disperazione e disorientamento, vittimizzazione), attraverso tecniche di ristrutturazione cognitiva)

4) Esaminare le risorse personali di crescita, partendo dagli stessi eventi traumatici (passare dalla posizione di vittima a quella di sopravvissuto e a quella di persona fortificata). Cambiare l’orientamento temporale dal passato verso il presente ed il futuro. Fornire al paziente delle possibilità di riacquistare l’autostima e la fiducia negli altri e in se stessi. Rafforzare le relazioni sociali, al posto della solitudine e della separatezza dagli altri. Aiutare ad avere degli stili di vita più soddisfacenti ed a sviluppare dei sostegni sociali più stretti e forti.

5) Spronare il paziente ad attivare le sue risorse connesse con i sistemi di credenze, aiutando il paziente a sviluppare la percezione della propria capacità di ricostruire dall’esperienza negativa, aumentando il sentimento di possedere degli obiettivi futuri. In ogni caso, il terapeuta non deve fornire dei significati, ma questi stessi devono essere trovati dal paziente.

 

Tutte le psicoterapie per il Disturbo da Stress Post Traumatico devono basarsi sulla creazione di un’alleanza terapeutica solida e sicura. Il primo compito del terapeuta è la costruzione della fiducia, considerando il naturale stile difensivo che il paziente può aver sviluppato per proteggersi in seguito all’esperienza traumatica.

 

 

 

 

 

Riferimenti bibliografici: